Principi
Gli obiettivi fotografici rispettano i principi enunciati nel capitolo precedente, ma la loro costruzione è finalizzata ad eliminare tutte le aberrazioni che si ottengono utilizzando una sola lente. Intatti, all'interno del barilotto di un obiettivo, sono presenti più lenti di diversa costruzione e forma, ciascuna con una propria capacità di rifrazione e dispersione. Ogni obiettivo è munito di una ghiera per la lunghezza focale ed una per la messa a fuoco.
Lunghezza focale ed angolo di ripresa
Considerando gli obiettivi come una semplice lente, la distanza focale di questi è la misura espressa in mm che separa la lente dal piano focale. Essendo gli obiettivi composti da più gruppi di lenti, tale distanza non si misura da una lente in particolare all'interno degli stessi ma dal centro ottico dell'obiettivo che viene definito "punto nodale posteriore" e che in genere si trova in prossimità del diaframma. In sostanza la distanza focale indica la distanza fra il punto nodale posteriore di un obiettivo e il piano su cui un oggetto, posto all’ infinito, è messo a fuoco.
Non è vero che al variare della focale corrisponda una diversa prospettiva. Per ovvie regole di geometria, la prospettiva non cambia se il punto di vista e l’oggetto ripreso rimangono fissi, varia solamente se ci spostiamo dal punto di ripresa. Il variare della focale è una conseguenza del cambiamento di prospettiva, non la causa. Se arretrassimo il nostro punto di ripresa, cambieremmo la prospettiva e le dimensioni dell'oggetto che risulterà più piccolo all'interno del fotogramma, di conseguenza dovremmo variare anche la focale per ingrandire l'oggetto.
La lunghezza focale degli obiettivi è quel fattore che determina l'angolo di campo della ripresa, ma ciò dipende anche dalle dimensioni del supporto. Due obiettivi di focale uguale variano l’angolo di campo ripreso in base alle dimensioni della superficie sensibile al quale sono destinati.
Poiché l'occhio umano ha un angolo di ripresa pari a circa 45°, gli obiettivi con una visuale pari a quest'angolo vengono chiamati normali o standard.
In questi casi la lunghezza focale corrisponde pressappoco alla diagonale dell'immagine che si
forma sulla pellicola o sul sensore, per esempio:
- per una fotocamera 35mm (24x36mm), l'obiettivo standard è il 50mm;
- per un formato APS (17x30mm), l'obiettivo standard corrisponde a 80-105mm;
Nella tabella sono riportati gli obiettivi normali per ogni formato fotografico.
Come già detto, minore è la lunghezza focale, più piccola è l'immagine prodotta dall'obiettivo, al contrario, maggiore sarà la lunghezza focale, più grande apparirà il soggetto inquadrato e minore sarà la porzione di scena all'interno dell'inquadratura.
Naturalmente nelle fotocamere digitali dove l'elemento sensibile è generalmente più piccolo del 24x36, l'obiettivo normale è più corto di 50mm. Il 50mm viene chiamato obiettivo standard, perché era l'obiettivo comunemente fornito a corredo delle nuove fotocamere: non è soggetto ad aberrazioni come i grandangolari e i tele, corrisponde alla visione umana inoltre, gli schemi ottici ampiamente collaudati e perfezionati li hanno resi economici e di buona qualità. La luminosità è sempre molto elevata, di norma con valori di f/1.8 e f/1.4.
Apertura e luminosità
L'apertura massima di un obiettivo è uguale alla lunghezza focale diviso il diametro della pupilla d'ingresso (la lente più esterna) dell'obiettivo, ovvero il rapporto focale massimo possibile per un determinato tipo di obiettivo. Più bassa è l'apertura massima (in termini di valore f), più luminoso sarà l'obiettivo e maggiore la quantità di luce che farà passare nell'unità di tempo. Nei telescopi una pupilla d'ingresso di diametro maggiore permette la visione di oggetti meno luminosi.
La quantità di luce che attraversa le lenti è regolata da un dispositivo chiamato diaframma, situato di solito all'interno dell'obiettivo. La sua dimensione determina la profondità di campo e, di conseguenza, quella di fuoco. La forma de diaframma influisce, anche se lievemente, sulla forma dello sfocato.
Il valore di diaframma indicato sull'obiettivo è la massima apertura ottenibile, altre aperture sono possibili solo chiudendo il diaframma. Negli obiettivi fissi viene specificato un solo valore di apertura, ad esempio f/2.8. Sugli obiettivi zoom possono comparire due valori, il primo per la focale minore, il secondo per quella maggiore. Ad esempio, per uno zoom 35-135mm f/3.5-4, il valore f/3.5 è ottenibile a 35mm e si riduce a f/4 alla focale di 135mm.
Angolo di campo
L'immagine formata dall'obiettivo su una superficie posta in corrispondenza del piano focale è di forma circolare ed è chiamata circolo di illuminazione, cerchio d'immagine o cerchio di copertura; al suo interno vi è un altro circolo detto di buona definizione, dove l'immagine può essere interpretata correttamente. All'interno del circolo di buona definizione viene posto il materiale atto a raccogliere l'immagine. Questo materiale, generalmente di forma quadrangolare, può essere un vetro smerigliato, una pellicola o lastra fotografica, nonché un sensore elettronico di una certa dimensione e l'angolo di campo viene misurato considerando la sua diagonale con la focalizzazione posta all'infinito. Tale angolo è quello misurato al vertice di un triangolo isoscele posto sull'asse del piano focale dell'obiettivo con alla base la dimensione dell'immagine formata sulla diagonale del materiale sensibile. Varia quindi in funzione del formato del materiale sensibile e della lunghezza focale: è più ampio quando questa è corta e viceversa. Da notare che se ci si sposta dall'infinito, distanziando l'obiettivo dal piano focale, l'angolo di campo diminuisce.
Messa a fuoco
Le macchine fotografiche più semplici, come le usa e getta, usano obiettivi a focale fissa, cioè, gli oggetti oltre una certa distanza verranno messi a fuoco, mentre quelli più vicini o più distanti appariranno ragionevolmente a fuoco a seconda della profondità di campo.
La maggior parte degli obiettivi montati su macchine professionali o semiprofessionali, sono muniti di una ghiera che, ruotando, consente di modificare distanza o posizione delle lenti all'interno del barilotto per aggiustare la messa a fuoco. Questo procedimento può essere eseguito manualmente oppure automaticamente tramite motorini interni che, collegati ad un sensore, si muovono per ottenere un'immagine nitida (autofocus).
Le macchine fotografiche moderne possiedono sempre più punti di messa a fuoco utili in situazioni particolari, soprattutto quando si vogliono cogliere soggetti in movimento. Malgrado ciò, si consiglia sempre di impostare la macchina su un unico punto di mesa a fuoco centrale per un semplice motivo: immaginiamo di inquadrare una scena e di aver impostato la messa a fuoco automatica su tutti i punti, la messa a fuoco verrà calibrata sul primo oggetto che incontra uno di quei punti, ma non è detto che sia proprio quello il soggetto della nostra foto. Avendo il solo punto centrale, invece, metteremo a fuoco il nostro soggetto e, tenendo premuto il pulsante di scatto a metà corsa, ricomporremo la scena come avevamo deciso.
Sugli obiettivi fotografici può anche essere impostata la messa a fuoco all'infinito (∞) per avere nitidezza anche su oggetti molto distanti.
Tipi di obiettivi
- a lenti: Sono formati da più di una lente perché solo così si riescono a correggere, parzialmente, le aberrazioni ottiche. Nei telescopi si usano più lenti per correggere l'aberrazione cromatica e sono detti acromatici. Le lenti sono costruite con diversi tipi di vetro caratterizzati dal loro indice di rifrazione e dalla curvatura che può essere sferica o asferica. La curvatura delle superfici ne caratterizza la lunghezza focale che sarà positiva nel caso di convergenza e negativa nel caso di divergenza. L'uso di lenti diverse per tipo e lunghezza focale, positiva o negativa, permette le varie correzioni e ne definisce la lunghezza focale generale (sempre positiva);
- a specchi: Sono detti catadiottrici e la loro costruzione è simile al telescopio riflettore a schema Cassegrain. Rispetto ai teleobiettivi hanno il vantaggio di un piccolo ingombro e di un basso peso. Sono fatti con due specchi, impiegando delle lenti a bassa curvatura per la correzione delle aberrazioni sferiche e come sostegno dello specchio secondario. A causa delle notevoli aberrazioni extra-assiali sono costruiti solo con lunghezze focali da 350mm in su; per la loro conformazione ottica non è possibile introdurvi il diaframma; la forma dello sfocato è un anello invece di un cerchio; sono meno luminosi rispetto agli obiettivi a lenti e l'immagine è, in genere, meno nitida ai bordi del fotogramma rispetto al centro.
Classificazione in base all'utilizzo
- obiettivo normale: di cui abbiamo già parlato;
- grandangolari: Gli obiettivi con angolo di campo maggiore, dunque lunghezza focale minore del normale, sono detti grandangoli. L'angolo di campo passa da 60° a 80° per un grandangolare, per portarsi anche a 180° negli ultragrandangolari e fish-eye. Questi ultimi sono così chiamati perché a causa dell'angolo di campo estremamente esteso, l'immagine risulta tonda, come se fosse catturata attraverso un occhio di pesce. Per il 24x36mm il più classico grandangolo è il 24mm, ma sono comuni anche il 35mm e il 28mm. È possibile correggere la distorsione usando la proiezione rettilinea fino alla lunghezza focale di 14mm. Quando la lunghezza focale diminuisce, il corpo dell'obiettivo verrebbe a trovarsi troppo vicino al piano focale con impedimento del funzionamento di alcuni organi meccanici interni alla fotocamera. Per ovviare a questo inconveniente è stato adottato lo schema ottico a retrofocus o a teleobiettivo invertito: consiste in un gruppo ottico anteriore divergente e in un gruppo posteriore convergente, è possibile che vi siano ulteriori gruppi centrali. I grandangolari restituiscono una prospettiva accentuata e sono soggetti alle distorsioni a barilotto, dove le linee cadenti ai bordi curvano vistosamente; questo effetto tipico permette una esaltazione del soggetto in primo piano, realizzando così interessanti risultati creativi;
- teleobiettivi o lungo fuoco: Gli obiettivi con angolo di campo minore, quindi lunghezza focale maggiore del normale, sono detti teleobiettivi. L'angolo di campo varia tra i 20° fino a 5° o inferiori in casi estremi. Sarebbe più giusto chiamarli lungo fuoco quando presentano uno schema ottico normale. Per le leggi dell'ottica la distanza tra il piano ottico e il piano di messa a fuoco all'infinito è uguale alla lunghezza focale, allungandosi ulteriormente per focalizzazioni a brevi distanze. Quindi un 500mm diverrebbe lungo oltre mezzo metro con scarsa maneggiabilità e sbilanciamenti nell'impiego pratico soprattutto con uso a mano libera. Per ovviare a questi inconvenienti è stato adottato lo schema ottico a teleobiettivo. Consiste in un gruppo ottico anteriore convergente e in un gruppo posteriore leggermente divergente, è possibile che vi siano ulteriori gruppi centrali. Questa focale provoca un evidente ingrandimento del soggetto e produce una forte compressione del campo, ovvero avvicina gli oggetti riducendo apparentemente le distanze;
- gli zoom: un obiettivo zoom (o semplicemente zoom) è un obiettivo complesso la cui lunghezza focale può variare (a differenza di quanto avviene negli obiettivi primari od a focale fissa). Spesso ci si riferisce agli zoom indicando il rapporto fra la focale massima e la minima. Per esempio, un obiettivo con lunghezza focale variabile da 100 mm a 400 mm può essere indicato come zoom "4x". Il termine iperzoom viene talvolta usato per indicare zoom con un rapporto di focale molto esteso, solitamente compreso fra "5x" e "10x" (per esempio, da 35 a 350 mm) o addirittura "12x";
- obiettivo macro: Un obiettivo macro è otticamente corretto per dare un’immagine perfettamente piana, minima distorsione ed elevata nitidezza alla distanza minima di ripresa, distanza che deve permettere un ingrandimento di almeno 0,5x (metà della grandezza naturale), meglio se 1x (grandezza naturale). L’ingrandimento si può indicare in tre diversi modi equivalenti: descrizione (es: grandezza naturale), ingrandimento (es: 1x), rapporto (1:1). "Grandezza naturale", "1x" e "1:1" significano che l’obiettivo è in grado di coprire un’area che ha le dimensioni del fotogramma o del sensore. Per una una macchina con sensore 24x36 mm, significa che l’ottica può mettere a fuoco e riprendere un’area di 24x36 mm. Per una APS-C, sensore 15x22 mm, l’ottica può mettere a fuoco e riprendere un’area di 15x22 mm; "Metà grandezza naturale", "0.5x" e "1:2" significano che l’obiettivo è in grado di coprire un’area che è doppia delle dimensioni del fotogramma o del sensore. Perciò, per una fotocamera 24x36 mm, l’obiettivo riempirà il fotogramma coprendo un’area di 48x72 mm (30x44 mm per l’APS-C); "5x" o "5:1" significano che l’obiettivo è in grado di coprire un’area che è 1/5 della dimensione del sensore o del fotogramma, cioè ingrandisce 5 volte. Per una fotocamera 24x36 mm, l’obiettivo riempirà il fotogramma coprendo un’area di 4,8x7,2 mm (3x4,4 mm per l’APS-C);
- obiettivi decentrabili: un obiettivo decentrabile permette di effettuare correzioni prospettiche delle foto in fase di ripresa spostando il centro del gruppo ottico rispetto al centro del supporto di registrazione (pellicola o trasduttore digitale) mantenendo l'asse ottico normale al piano focale. Detto anche obiettivo basculante consente il controllo della profondità di campo (controllo accessorio rispetto a quello ottenibile mediante la regolazione del diaframma) tramite l'inclinazione dell'asse ottico rispetto al piano focale.
Moltiplicatori di focale
Con una macchina fotografica reflex ad ottiche intercambiabili c'è un'alternativa all'acquisto di un teleobiettivo di focale molto lunga: ci si può procurare un moltiplicatore di focale, che è in grado di raddoppiare o triplicare la lunghezza focale dell'obiettivo su cui viene montato. Come si intuisce, non si tratta di un obiettivo vero e proprio, bensì di un accessorio che va interposto tra la macchina e l'obiettivo.
I filtri
In ambito fotografico, un filtro ottico è un accessorio volto a modificare l'immagine, alterando le condizioni di ripresa originarie dell'obiettivo.
In base alle applicazioni esistono diversi tipi di filtri: filtri da ripresa, montati su fotocamere e apparecchi da ripresa in genere; filtri per elaborazione o post-produzione, adottati in camera oscura o nella trasformazione di immagini o video. Esistono, inoltre, filtri per l'illuminazione delle scene e degli ambienti, che si applicano direttamente sugli illuminatori dell'ambiente e consentono di proiettare fasci di luci colorate o cromaticamente corretti secondo le esigenze di ripresa.
Ancora possiamo suddividere i filtri in base al materiale di cui sono costituiti, i primi filtri fotografici erano realizzati in gelatina, poi sono comparsi i filtri stratificati (coated), costituiti da uno strato applicato su un supporto vetroso. Attualmente i filtri sono realizzati per la maggior parte in vetro ottico o materie plastiche e dotati di supporti e montature differenziati a seconda degli apparecchi di ripresa adottati.
I filtri di ripresa hanno per la maggior parte forma circolare con attacchi a vite o a baionetta, vengono fissati direttamente sulla parte frontale dell'obiettivo da ripresa e partono da diametri molto piccoli (intorno ai 30 mm) e generalmente utilizzati per telecamere o fotocamere digitali, fino a diametri per teleobiettivi, fotocamere di medio o grande formato ed ottiche per ripresa cinematografica, generalmente intorno agli 80 mm. Un formato molto diffuso è quello introdotto dalla Cokin, si tratta di filtri a lastra quadrata montati su appositi supporti che consentono, soprattutto, una facile intercambiabilità del filtro.
Esistono vari tipi di filtri:
- filtro neutro: Il filtro neutro è utilizzato per diminuire la quantità di luce che raggiunge la pellicola o il sensore, permettendo di scegliere un tempo di esposizione più lento o un diaframma più aperto a seconda delle esigenze di ripresa. Il filtro è opaco e di colore grigio neutro ed è disponibile in diverse gradazioni, solitamente da ND2 a ND16, valori che indicano il coefficiente in base al quale stabilire la corretta esposizione rispetto a quella calcolata in assenza di filtro. I filtri neutri vengono impiegati sia per fotografia di effetto sia per ovviare ad una forte sovraesposizione non altrimenti evitabile. Vengono spesso utilizzati per fotografare fontane o cascate, in quanto il notevole aumento del tempo di esposizione rende l'acqua in movimento più fluida e uniforme; altro impiego è quello in fotografia architettonica: l'aumento del tempo di esposizione fa sì che soggetti indesiderati "spariscano" dall'inquadratura per effetto del loro stesso movimento;
- filtro ultravioletto: il filtro ultravioletto o filtro UV è utilizzato per assorbire delle lunghezze d'onda impercettibili all'occhio umano, ma che vengono registrate sulla pellicola aumentando l'effetto di foschia e modificando la tonalità dei colori. Questi effetti sono più facilmente riscontrabili in zone "ricche" di raggi ultravioletti come al mare o in montagna. Molto spesso con le pellicole a colori si usano dei particolari filtri UV color salmone detto skylight o antifoschia. Molti fotografi utilizzano sempre questo filtro sull'obiettivo, anche come protezione dalla polvere e dai graffi;
- filtri di conversione del colore: le pellicole fotografiche a colori sono tarate e utilizzabili per una singola temperatura di colore, in generale sono commercializzate pellicole per luce diurna o flash (5600K) e per luce al tungsteno (3200K). Fotografare ad una temperatura colore diversa da quella della pellicola utilizzata provoca una dominante cromatica che può essere corretta in fase di ripresa utilizzando i filtri di conversione colore;
- filtri per la correzione colore: quando è necessario correggere una minima dominante oppure si vuole esaltare un tramonto o un paesaggio innevato, si possono utilizzare rispettivamente la serie 81 (ambra chiaro - 81EF, 81A, 81B, 81C, 81D) o la 82 (blu chiaro - 82A, 82B, 82C). Anche in questo caso la fotografia digitale permette di raggiungere lo stesso effetto semplicemente agendo sulle funzioni del bilanciamento del bianco;
- filtri per il bianco e nero: i filtri sono usati normalmente nella fotografia bianco-nero per manipolare il contrasto. Come regola generale, ogni filtro schiarisce il proprio colore e scurisce il suo complementare: ad esempio un filtro giallo aumenta il contrasto tra le nuvole e il cielo scurendo l'azzurro di quest'ultimo; i filtri arancione e rosso hanno un effetto simile, ma più marcato. Un filtro verde renderà invece più chiare le foglie, mentre scurirà il rosso di un tetto o l'arancione di un frutto;
- filtro polarizzatore: Il filtro polarizzatore blocca la luce polarizzata, impedendone il passaggio: questo ha effetto sulla luce riflessa da molte superfici (non metalliche), che è polarizzata. Per esempio, sgradevoli riflessioni su superfici lisce possono essere ridotte ed è possibile restituire la trasparenza ad un corso d'acqua illuminato dal sole, che altrimenti apparirebbe bianco o molto chiaro a causa della riflessione della luce. Allo stesso modo, il cielo viene reso più terso e saturo bloccando la luce riflessa del vapore acqueo presente nell'aria. Anche i riflessi su vetrine e finestre vengono ridotti, restituendo così la trasparenza del vetro. Il filtro è montato su una ghiera rotante atta ad orientare l'asse di polarizzazione. Questo consente di aumentare o diminuire l'effetto. È disponibile in due tipi, lineare e circolare; quest'ultimo è stato introdotto per l'utilizzo con obiettivi autofocus. Per massimizzare l'effetto, è preferibile inquadrare avendo il sole di lato e la miglior riduzione dei riflessi si ottiene angolando l'ottica a circa 30/45° rispetto alla superficie riflettente. Successivamente, si agisce sulla ghiera rotante fino ad ottenere l'effetto desiderato;
- filtro infrarossi: Utilizzato nella fotografia ad infrarossi, serve a rimuovere le lunghezze d'onda della luce visibile lasciando passare unicamente la luce infrarossa.
Uso degli obiettivi con differenti tipi di sensore
Alcuni tipi di fotocamera, sia digitali che analogiche, hanno un formato inferiore della classica pellicola 35mm (24 x 36mm). A causa di questa differenza, l'angolo di campo dell'obiettivo cambia. Il calcolo della conversione è un rapporto tra le diagonali dei due formati e serve a chi è abituato al formato 35mm per avere un riscontro immediato dell'ottica utilizzata o utilizzabile.
Ad esempio, se montiamo un 50mm (normale) su una reflex digitale APS-C, otteniamo l'angolo di campo di un obiettivo 75mm (medio tele), ma da notare bene, non diventa un 75mm, ne assume solo l'angolo di campo ma resta un 50mm. In genere (ma dipende dalla grandezza del sensore) il fattore di conversione è 1,5 (Nikon DX, Pentax, Sony,Fujifilm) mentre sulle fotocamere Canon è di 1,6, sulle micro 4/3 è 2 .
(Obiettivo montato su macchina analogica) · 1,5/1,6/2 = (Obiettivo montato su macchina digitale)
Esempi di variazione focale equivalente 35mm per gli obiettivi più comuni. È inoltre indicato in tabella se la lente è grandangolare normale o tele, questo tipo di nomenclatura è abbastanza indicativa, non esiste una precisa regola per dare queste denominazioni.
Diaframma e numeri f
All'interno del barilotto di ogni obiettivo fotografico è inserito un sistema di lamelle metalliche che, aprendosi o chiudendosi a spirale, allargano o stringono il foro d'ingresso della luce; questo sistema viene chiamato diaframma.
Ad ogni apertura di diaframma corrisponde un valore, indicato con la lettera f , che si inserisce in una scala di valori. Più è piccola l'apertura, maggiore sarà il valore di f. La tipica sequenza delle aperture di diaframma è quella riportata in figura con le eventuali aperture intermedie. Questi valori rispondono ad una scala internazionale che fa corrispondere ogni numero ad una certa luminosità.
f/1.4 f/2 f/2.8 f/4 f/5.6 f/8 f/11 f/16 f/22
Immaginando il diaframma come la manopola di un rubinetto, più verrà aperto, maggiore sarà la quantità di luce che colpirà la pellicola od il sensore nell'unità di tempo e viceversa.
Funzionamento del diaframma
I numeri di f indicano il rapporto fra la lunghezza focale divisa l'apertura del diaframma, così, f/2 significa che l'apertura del diaframma è pari alla metà della lunghezza focale, f/4 è un quarto e così via. Questo rapporto ci da importanti informazioni sulla luminosità dell'immagine:
- la distanza fra l'obiettivo e l'immagine: come detto, raddoppiando la distanza, la quantità di luce che riceve una superficie diminuisce di quattro volte. Quando oggetto risulterà a fuoco ad una distanza pari alla lunghezza focale, un obiettivo di 100mm darà un'immagine quattro volte meno luminosa di un obiettivo di 50mm a parità di diaframma;
- il diametro del fascio di luce: raddoppiando il diametro di un cerchio, la sua area quadruplica quindi, passando da un diametro di diaframma di 12mm a 6mm avremo un oggetto meno illuminato di quattro volte.
Riassumendo, abbiamo detto che il valore di diaframma f è uguale alla lunghezza focale dell'obiettivo/diametro effettivo dell'apertura. Ciò non vale per oggetti molto vicini poiché la distanza fra l'obiettivo e l'immagine a fuoco è molto diversa dalla lunghezza focale.
Profondità di campo
L'apertura del diaframma regola la maggiore o minore luminosità dell'immagine, ma soprattutto, determina quanta porzione della scena che si sta fotografando risulterà nitida. Lo spazio che apparirà a fuoco si misura in profondità di campo, cioè, la distanza tra il piano più vicino e quello più lontano che, nella scena, saranno a fuoco. La massima apertura di diaframma (valore di f basso), comporta una profondità di campo ridotta, mentre la minima apertura di diaframma (valore di f alto), determina una scena tutta nitida.
Gli altri fattori che incidono sulla profondità di campo, a parità di diaframma, sono:
- la PDC è minore quando il soggetto è molto vicino ed è maggiore quando il soggetto è relativamente lontano (la PDC è inversamente proporzionale alla distanza di messa a fuoco);
- la PDC è minore alle lunghezze focali più lunghe e maggiore a quelle corte (la PDC è inversamente proporzionale alla lunghezza focale).
Applicazioni pratiche
Controllare la profondità di campo significa saper creare effetti particolari con la propria macchina fotografica e, dunque, poter esprimere meglio cosa si ha in mente di ottenere come risultato finale. Ad esempio, una profondità di campo ridotta ci aiuterà ad isolare un particolare soggetto facendolo apparire ben nitido all'interno di una cornice sfocata: questa tecnica si usa, su scala ridotta, per i ritratti oppure, in modo più esasperato, per le fotografie cosiddette macro dove si vuol far risaltare il particolare di un fiore o di un insetto all'interno di uno sfondo poco definito. Utilizzando una PDC molto ridotta, però, bisogna fare molta attenzione alla messa a fuoco, che dovrà essere molto precisa in quanto si ha pochissimo margine d'errore. D'altra parte, una PDC elevata viene spesso usata nelle fotografie paesaggistiche dove, in genere, tutta la scena dovrà apparire nitida; in questo caso l'effetto non è tanto far concentrare l'osservatore su un particolare, ma lasciare che tutto sia perfettamente a fuoco per percepire la composizione dei vari elementi presenti.
Per comprendere appieno la profondità di campo, bisogna sapere che ogni obiettivo riesce a mettere a fuoco un solo piano ortogonale alla linea di puntamento del nostro mirino, quindi, tutti i fasci luminosi che attraversano quel piano saranno riprodotti, sul sensore o sulla pellicola, come punti definiti; tutto ciò che si trova davanti e dietro tale piano di messa a fuoco sarà ritratto, progressivamente, con una sempre minore definizione, fin quando i fasci luminosi verranno a creare non più dei punti, ma dei circoli di diametro sempre maggiore, chiamati circoli di confusione.
I limiti della profondità di campo rispondono a quanto il nostro occhio percepirà 'accettabilmente' nitidi tali circoli.
Abbiamo visto che tre sono i fattori che influenzano la profondità di campo e sono tutti correlati fra loro: apertura di diaframma, distanza dal soggetto, lunghezza focale. Possiamo dire che la profondità di campo sarà tanto maggiore:
- quanto più alto è il numero di f (quanto più piccola è l'apertura del diaframma);
- quanto maggiore è la distanza dall'oggetto (a parità di f);
- quanto più corta è la lunghezza focale (a parità di f).
Per esperienza si deve sapere che mettendo a fuoco un oggetto distante oltre 10 volte la lunghezza focale, la profondità di campo risulterà più ampia dietro il soggetto piuttosto che davanti, quindi, nei casi in cui si vuole ottenere una profondità di campo relativamente grande, è buona norma mettere a fuoco un soggetto a circa 1/3 della profondità di campo.
Nei soggetti vicini la PDC è praticamente costante sia davanti che dietro il soggetto, quindi la suddetta regola viene a decadere.
Quando la profondità di campo non è importante (per esempio se si sta fotografando la facciata di un palazzo) si può decidere di impostare un valore pari a f/8, f/9; logicamente, se non si hanno problemi di luce.
Uso della scala di profondità di campo degli obiettivi
Comunemente, sugli obiettivi si trova una scala delle distanze a cui è associata una scala della profondità di campo. Questa scala mostra, indicativamente, i limiti di nitidezza della foto che si otterrà a quell'apertura di diaframma e permette di stabilire una zona di messa a fuoco, impostando la distanza più adatta per ottenere tutto a fuoco. Per aumentare la messa a fuoco con soggetti lontani, mettete la scala delle distanze su infinito, rilevate la distanza più vicina che rientra nei limiti di profondità di campo con il diaframma impostato. Mettete a fuoco su questa distanza, detta distanza iperfocale, per fare in modo che la PDC vada dall'infinito fino alla metà dell'iperfocale.










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